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	<title>Sicurezza, ICT e altro</title>
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	<description>considerazioni e pensieri vaganti</description>
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		<title>Cloud e livelli di servizio</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Dec 2012 00:15:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Leggo qui di una serie di disservizi che ha colpito alcuni servizi di Google. Il motivo per cui l&#8217;articolo ha attirato la mia attenzione è l&#8217;accenno al livello di servizio dichiarato da Google per &#8220;Apps for business&#8221; (99.9% di uptime)  &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=914">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo<a href="http://www.computerworld.com/s/article/9234746/Gmail_wobbles_again_on_Friday_fourth_incident_since_late_last_week?source=CTWNLE_nlt_entsoft_2012-12-17"> qui</a> di una serie di disservizi che ha colpito alcuni servizi di Google. Il motivo per cui l&#8217;articolo ha attirato la mia attenzione è l&#8217;accenno al livello di servizio dichiarato da Google per &#8220;Apps for business&#8221; (99.9% di uptime)  in rapporto ai guasti di questa settimana. Quello dell&#8217;uptime dichiarato è un tema che serve da tempo immemore per mostrare come i livelli di servizio siano una questione tutt&#8217;altro che banale. il 99.9% vuole dire che è tollerato un giorno su mille di disservizio, ma naturalmente c&#8217;è differenza ad esempio, per chi ci deve lavorare, se si tratta di disservizi della durata di un minuto, o se il disservizio è di una giornata consecutiva. Il computo di Google è fatto mensilmente, secondo la tabella, quindi per ogni mese sono tollerati circa tre quarti d&#8217;ora di disservizio&#8230; come giustamente segnala l&#8217;articolo, in questa settimana diversi utenti si sono già trovati oltre questo limite. A parte la possibilità per loro di dimostrare che il disservizio c&#8217;è stato, che affidabilità ha un fornitore che è già noto che non rispetta i propri SLA, per una percentuale imprecisata di utenti? Certo, per molti dei suoi utenti il problema non si è manifestato (o non se ne sono accorti), ma il punto non è quello e non è neanche Google in sé: il punto è che la sua infrastruttura non sembra garantire che lo SLA sia rispettato, anzi sembrerebbe il contrario, anche se poi sui grandi numeri finora gli è andata bene. Il problema  degli SLA è che&#8230; finché non c&#8217;è il guasto, il sistema funziona <img src='http://www.telmon.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Ma il vero punto dei livelli di servizio sono le penali, ovvero: cosa succede se invece il servizio rimane fermo per più di un giorno ogni tre anni, in violazione di quanto promesso? Così mi sono andato a cercare<a href="http://www.google.com/apps/intl/en/terms/sla.html"> gli SLA del servizio</a>, e ci ho trovato esattamente quello che mi aspettavo (alla data di oggi).</p>
<p>Cominciamo quindi con una serie di definizioni, la più interessante delle quali mi sembra questa:</p>
<p><strong><em>&#8220;Downtime&#8221; means, for a domain, if there is more than a five percent user error rate. Downtime is measured based on server side error</em> <em>rate</em></strong></p>
<p>Astraiamoci da Google e pensiamo a generici servizi in cloud.</p>
<p>Immaginiamo quindi che il servizio sia utilizzato da un&#8217;azienda per gestire la propria contabilità. Se c&#8217;è un tasso di errori di meno del cinque per cento, non è nemmeno downtime. Sarebbe interessante sapere cosa intendono per errori, ma potenzialmente la nostra azienda si potrebbe trovare con almeno una fattura su 25 registrata in modo errato (o magari persa?) senza che sia neppure downtime. Questo ci porta ad una considerazione importante: quando si parla di cloud si pensa sempre alla disponibilità, ma con la complessità di certe architetture anche l&#8217;errore e la perdita di dati sono problemi tutt&#8217;altro che trascurabili.</p>
<p>Ma la vera essenza dello SLA è quella riportata nel primo paragrafo e nella tabella, che è la classica clausola &#8220;per il consumatore&#8221; che si trova anche in molti contratti di connettività:</p>
<p><strong><em>If Google does not meet the Google Apps SLA, and if Customer meets its obligations under this Google Apps SLA, Customer will be eligible to receive the Service Credits described below. This Google Apps SLA states Customer&#8217;s sole and exclusive remedy for any failure by Google to meet the Google Apps SLA.</em> </strong></p>
<p>Bene, quindi se la mia azienda resta con l&#8217;amministrazione ferma per 10 giorni&#8230; quello che ottiene sono altri quindici giorni di servizio a fine contratto. Fantastico.</p>
<p>Ora mi permetto una piccola analogia: immaginiamoci che un fornitore di materiale da costruzione vi venda delle travi d&#8217;acciaio che sono garantite per una certa tensione di rottura, e che vi dica che&#8230; se per caso le travi non sopportano effettivamente quella tensione, ve ne danno un&#8217;altra gratis. Le usereste per fare un ponte? No, ma non si porrebbe neanche il problema: la trave deve reggere, non importa se la trave in sé costa poco, e per garantire che regga ci si prendono una serie di margini di sicurezza notevoli. Allora, se il cloud deve servire per delle infrastrutture importanti e non solo per giocare, bisogna cominciare a ragionare negli stessi termini, compresi i margini di sicurezza dimostrabili.</p>
<p>Naturalmente si può dire che le infrastrutture IT sono molto più complesse di qualsiasi altra, e in parte è certamente vero, ma è anche vero che nell&#8217;IT la robustezza è un costo che si può trascurare con molta più facilità, mentre invece, proprio per la maggiore complessità dei sistemi, non dovrebbe essere così.</p>
<p>Giusto per fare un esempio, prima di parlare di banda larga a piacere, bisognerebbe parlare di banda garantita: se la rete sarà lo strumento con cui aziende e cittadini interagiranno fra loro e con la PA, allora non dovrebbe essere possibile un&#8217;offerta in cui la connettività va giù ad ogni temporale e viene ripristinata &#8220;nelle 48 ore lavorative&#8221; quando va bene&#8230;</p>
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		<title>Parlamentarie e sicurezza</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2012 10:09:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blogadmin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggo in questi giorni delle &#8220;primarie&#8221; interne al Movimento 5 Stelle. I commenti sono i più vari, ma vorrei fare qualche considerazione assolutamente non politica, ma tecnica. E parto dalla conclusione, che per chi segue questo blog non sarà una &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=898">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo in questi giorni delle &#8220;primarie&#8221; interne al Movimento 5 Stelle. I commenti sono i più vari, ma vorrei fare qualche considerazione assolutamente non politica, ma tecnica. E parto dalla conclusione, che per chi segue questo blog non sarà una sorpresa: le votazioni online sono un&#8217;ottima cosa per quei casi in cui l&#8217;interesse a imbrogliare è tanto basso da essere abbondantemente superato dai vantaggi di partecipazione. Ad esempio, è ottimo per le associazioni culturali. Ma non appena anche solo il sospetto della possibilità di brogli è significativo, la votazione online mostra tutti i suoi limiti. Non mi ripeto su tutte le questioni tecniche, che ho già <a href="http://www.telmon.org/?s=voto+elettronico">discusso tante volte</a>, mi limito a riassumere alcune considerazioni.</p>
<p>Il voto da remoto non offre nessuna garanzia rispetto al controllo e alla coercizione. Addirittura, ricordo di aver letto di un liceo in US in cui i genitori controllavano chi i figli votassero (online) per il consiglio studentesco.</p>
<p>Il voto elettronico non offre garanzie reali rispetto a &#8220;modifiche&#8221; degli apparati o dei programmi che permettano di modificare i risultati. Non mi ripeto, chi vuole approfondire può leggere i post precedenti sull&#8217;argomento, ma il voto elettronico al seggio viene ormai abbandonato da tanti paesi proprio per motivi di sicurezza, figuriamoci quello da remoto. Su questo c&#8217;è una considerazione importante: anche se fosse possibile avere delle garanzie, sarebbero verificabili solo da tecnici informatici specializzati nel campo della sicurezza (io, ad esempio). Questo vuole dire che l&#8217;elettore/candidato, che attualmente può partecipare al processo di verifica facendosi nominare rappresentante di lista, delegherebbe tutto il suo potere di controllo a noi tecnici: quello che gli raccontiamo, lui deve credere.</p>
<p>In ogni caso, offrire delle garanzie seppur minime richiederebbe un processo molto più complesso e costoso di quello che leggo riguardo alle Parlamentarie&#8230;</p>
<p>In caso si sospettino brogli, e ricordo i sospetti di brogli alle politiche di qualche anno fa, sarebbe molto difficile fugare i dubbi, perché non ci sarebbe niente da ricontare. L&#8217;uso del voto elettronico al seggio si sta infatti orientando sempre più verso il voto verificabile mediante la stampa di una scheda cartacea, ma è praticabile solo al seggio. Il solo fatto che sia difficile fugare i sospetti di brogli secondo me indebolisce la democrazia.</p>
<p>Quindi, come ultima considerazione: il web e Internet sono ottimi per molte cose: fa male chi li sottovaluta, ma si illude chi pensa che ci si possa fare tutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Spear phishing, altro che&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Nov 2012 23:32:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Leggo qui che ad un grosso ente pubblico USA sono stati sottratti 75 Gbyte di dati personali relativo a quasi quattro milioni di cittadini, compresi i soliti dati come numeri di carta di credito, numeri di conto corrente bancario eccetera. &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=895">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo <a href="http://www.computerworld.com/s/article/9233918/South_Carolina_faults_IRS_standard_in_massive_data_breach?source=CTWNLE_nlt_security_2012-11-21">qui </a>che ad un grosso ente pubblico USA sono stati sottratti 75 Gbyte di dati personali relativo a quasi quattro milioni di cittadini, compresi i soliti dati come numeri di carta di credito, numeri di conto corrente bancario eccetera. Come è stato effettuato l&#8217;attacco si legge <a href="http://governor.sc.gov/Documents/MANDIANT%20Public%20IR%20Report%20-%20Department%20of%20Revenue%20-%2011%2020%202012.pdf">qui</a>: spear phishing. Lo spear phishing è un phishing mirato, che invece di inviare mail a indirizzi a caso, invia mail realizzate appositamente per colpire i dipendenti di una specifica organizzazione, cercando di convincerli a inserire le proprie credenziali in una pagina civetta o ad eseguire del codice che comprometterà il loro pc. Lo spear phishing è alla base degli attacchi di maggiore scalpore degli ultimi tempi, compreso <a href="http://blogs.rsa.com/rivner/anatomy-of-an-attack/">quello a RSA</a> dello scorso anno.</p>
<p>È una forma di social engineering,  come tale si basa su comportamenti scorretti da parte degli utenti. Il che vole dire che si contrasta con un insieme di misure tecnologiche, di politiche ma soprattutto di sensibilizzazione specifica all&#8217;utenza. Esercitazioni di spear phishig possono mostrare come, se ben praticato, percentuali molto elevate del personale di un&#8217;organizzazione possono consegnare all&#8217;attaccante le proprie credenziali, mentre ad un attaccante spesso bastano quelle di un solo utente&#8230; Una volta avuto accesso alla rete aziendale con le credenziali di un utente, le possibilità di accesso a informazioni riservate o di praticare ulteriori attacchi per accedere alle credenziali di altri utenti sono generalmente ampissime. Trovo abbastanza curioso che ci sia sempre tanta attenzione al testing delle applicazioni web, e così poca al testing dei propri utenti. Eppure, un&#8217;attività di sensibilizzazione mirata può essere estremamente efficace, in modo misurabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Con il cloud, gestire le password è più importante</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Nov 2012 22:34:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Leggevo in questi giorni  della disavventura di &#8220;un&#8217;azienda farmaceutica&#8221; alla quale un dipendente licenziato avrebbe cancellato un certo numero di macchine virtuali, causando un danno considerevole. Cercando in rete, ho trovato qual&#8217;era probabilmente la notizia: questa. Cosa la rende interessante? &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=886">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggevo in questi giorni  della disavventura di &#8220;un&#8217;azienda farmaceutica&#8221; alla quale un dipendente licenziato avrebbe cancellato un certo numero di macchine virtuali, causando un danno considerevole. Cercando in rete, ho trovato qual&#8217;era probabilmente la notizia: <a href="http://news.techworld.com/security/3297512/admin-hacks-drug-company-virtual-machines-from-mcdonalds/">questa</a>. Cosa la rende interessante? Dopotutto, notizie di amministratori di sistema che una volta licenziati causano danni non sono certo una novità, né lo è il fatto che ci sia stato un problema nella revoca delle credenziali dopo il licenziamento.<br />
Secondo me, l&#8217;aspetto interessante è vederla dalla prospettiva del cloud. Penso che abbiamo tutti presenti le immagini, rese famose dal fallimento della Lehman Brothers,  dei dipendenti licenziati che se ne vanno con i loro scatoloni. La logica è di allontanare subito il dipendente licenziato dal posto di lavoro, per evitare ritorsioni. Per quanto spiacevole, è una logica comprensibile, e nel caso dei sistemi informativi corrisponde alla revoca delle credenziali. Con il public cloud però, la cosa diventa ancora più critica, perché il dipendente, una volta allontanatosi con lo scatolone, spesso può accedere ad applicazioni e dati esattamente come quando era in ufficio. Il problema è reso ancora più critico dall&#8217;uso di dispositivi mobili. Con i sistemi &#8220;tradizionali&#8221;, lo stesso problema si poneva soprattutto in caso di disponibilità di accessi remoti, ma è proprio qui che nasce la vera differenza. Supponiamo di aver correttamente revocato le credenziali di un utente. In una gestione tradizionale, è molto probabile che abbiamo risolto il problema, perché lo scambio di credenziali per l&#8217;accesso remoto non è frequente, e spesso neppure possibile. Con il cloud invece, le risorse possono essere ancora tutte disponibili, perché accedute via Internet, anche con delle credenziali occasionalmente condivise da un altro utente. La cosa è immediata: il dipendente viene accompagnato fuori con il suo scatolone, lo posa in macchina, si siede e accende il tablet. Non può più accedere con le sue credenziali, o non le vuole usare per non essere subito scoperto? Bene, proviamo quelle di Tizio che ho saputo il mese scorso; oplà, il gioco è fatto, i dati aziendali se ne vanno. Molto diverso da dover rientrare nella sede per usare una postazione con l&#8217;accesso ai servizi interni.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>E-voting: alla discarica anche in Irlanda</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Aug 2012 09:03:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;In a final vote of no confidence, Ireland’s ill-fated e-voting machines are finally headed to the scrap heap.&#8221; (Irish Times, 29 gugno 2012) Almeno nella sua versione Direc-recording Electronic (DRE) il voto elettronico perde sempre più appeal. Io spero (pensando &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=871">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<a href="http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2012/0629/breaking2.html">In a final vote of no confidence, Ireland’s ill-fated e-voting machines are finally headed to the scrap heap.</a>&#8221; (Irish Times, 29 gugno 2012)</p>
<p>Almeno nella sua versione Direc-recording Electronic (DRE) il voto elettronico perde sempre più appeal. Io spero (pensando a casa nostra) che esempi come questo e ancora più quello <a href="http://www.telmon.org/?p=619">olandese</a>, facciano riflettere meglio chi pensa che per risolvere i problemi di frodi e di efficienza del voto basti mettere un computer più o meno modificato. Le possibilità di manipolare i dati sono troppe, e chi pensa che bastino hardening e procedure più o meno rispettate per renderlo utilizzabile non ha mai veramente avuto a che fare con l&#8217;hardening e il rispetto di procedure in un ambiente ostile e propenso alla frode. E tutto questo senza considerare problemi ben più complessi che vengono introdotti, come quelli legati alle emissioni elettromagnetiche (Tempest), anche queste verificate nella pratica in <a href="http://www.telmon.org/?p=329">Olanda</a>. Il voto elettronico non è più economico (questo dimostrano tutti gli studi che ho letto al riguardo) e non è più sicuro, anzi: mentre le frodi con il voto tradizionale sono locali, con il voto elettronico si rischiano frodi su larga scala. L&#8217;unico vantaggio è che è più veloce nel conteggio, ma per quello basterebbe molto meno: schede stampate e conteggio elettronico. E per quanto riguarda le frodi di casa nostra, prima fra tutte la compravendita di voti fatta fotografando la scheda (o il monitor) con il telefonino, non cambia assolutamente niente. Invece di ragionare su come rendere &#8220;sicuro&#8221; il voto elettronico, come se fosse già scontato doverlo usare, proviamo a ragionare partendo dalle frodi&#8230;</p>
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		<title>passwords</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jun 2012 22:49:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[linkedin last.fm password compromised compromesse hacked]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi, due comunicazioni di possibili compromissioni con richiesta di cambio di password: Linkedin e Last.fm.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi, due comunicazioni di possibili compromissioni con richiesta di cambio di password: Linkedin e Last.fm.</p>
<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.telmon.org%2F%3Fp%3D861&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe> <img src="http://www.telmon.org/?feed-stats-post-id=861" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded>
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		<title>Revoca di certificati Microsoft usati in Flame</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 14:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blogadmin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Microsoft revoca i certificati usati in Flame, e contestualmente pubblica un approfondimento tecnico sul tema. È periodo di comunicazione, a quanto pare: pochi giorni fa Mikko Hypponen di F-Secure ha firmato un articolo in cui spega in modo molto ragionevole &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=856">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Microsoft revoca i certificati usati in Flame, e contestualmente pubblica un <a href="http://blogs.technet.com/b/srd/archive/2012/06/03/microsoft-certification-authority-signing-certificates-added-to-the-untrusted-certificate-store.aspx">approfondimento</a> tecnico sul tema. È periodo di comunicazione, a quanto pare: pochi giorni fa Mikko Hypponen di F-Secure ha firmato un <a href="http://www.wired.com/threatlevel/2012/06/internet-security-fail/">articolo</a> in cui spega in modo molto ragionevole come mai il loro software non ha rilevato Flame e Stuxnet, mettendo in evidenza che &#8220;consumer-grade antivirus products can’t protect against targeted malware created by well-resourced nation-states with bulging budgets. They can protect you against run-of-the-mill malware: banking trojans, keystroke loggers and e-mail worms.&#8221; Cosa che i tecnici hanno ben presente (e in realtà anche sui trojan bancari ci sono parecchi dubbi), ma che è bene vedere scritto ogni tanto. Certo, avrebbe fatto piacere anche sapere come mai nessuno si è accorto a suo tempo del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Sony_rootkit">Sony Rootkit</a>, che è un oggetto ben diverso da Stuxnet, ma lasciamo stare.</p>
<p>Torniamo ai certificati Microsoft, che sono un problema più attuale e interessante. Io ho letto l&#8217;approfondimento tecnico, cercando una risposta ad una domanda ovvia, e cioè: se sono stati utilizzati dei certificati Microsoft, come è stato possibile ottenerli?</p>
<p>Bene, la parte clou della spiegazione è questa: &#8220;What we found is that certificates issued by our Terminal Services licensing certification authority, which are intended to only be used for license server verification, could also be used to sign code as Microsoft. Specifically, when an enterprise customer requests a Terminal Services activation license, the certificate issued by Microsoft in response to the request allows code signing without accessing Microsoft’s internal PKI infrastructure&#8221;</p>
<p>In pratica, se interpreto correttamente la spiegazione, ogni &#8220;enterprise&#8221; che abbia richiesto una &#8220;Terminal Services activation license&#8221; in questo momento si trova in mano un certificato valido per firmare software a nome di Microsoft. Sarà meglio installare l&#8217;aggiornamento <img src='http://www.telmon.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Il punto interessante però per me non è questo, e non riguarda neanche specificamente Microsoft: riguarda di nuovo l&#8217;utilizzo dei certificati come strumento di fiducia. Cosa significa firmare del codice? Significa, nel modello (molto) teorico dei certificati, garantire di aver prodotto o comunque fornito quel codice. Nota, non garantisce l&#8217;assenza di bachi, backdoor o altro, ma almeno dovrebbe garantire l&#8217;origine del codice. Quindi se io mi fido del produttore installo il codice. Allora, se il produttore non gestisce in modo corretto e sicuro il processo di firma, e di conseguenza io installo del software che mi danneggia, che responsabilità ha il produttore? In generale nulla: non è nemmeno chiaro con chi sia il contratto, visto che quando si installa del software al più si accetta una licenza, che ovviamente ha senso solo se l&#8217;origine del software è corretta. Senza approfondire oltre, provate a pensare a chi potrebbe essere responsabile nei confronti dell&#8217;utente, e vedrete che di principio non lo è nessuno. Naturalmente mi si dirà che è &#8220;il mercato&#8221; a garantire che comportamenti inadeguati puniscano il produttore&#8230; ma se così fosse, anche in tutti gli altri settori merceologici che non sono software non avremmo bisogno della garanzia, basterebbe il mercato a punire chi produce oggetti difettosi. Diciamocelo, richiamarsi sempre al mercato è nascondersi dietro a un dito, è una scusa per nascondere l&#8217;assenza di tutele.</p>
<p>Facciamo però un passo in più e parliamo di firma elettronica, quella in mano a cittadini e aziende. Qui il cittadino si trova con delle Certification Authority che, a differenza del produttore di soft non ha scelto (se una di queste emettesse un certificato a mio nome, io neppure lo saprei) e con delle responsabilità invece molto più pesanti di quelle di un produttore di software. Eppure lo strumento è lo stesso, mentre le competenze tecniche del cittadino sono molto minori.</p>
<p>Serve davvero ragionare su meccanismi alternativi a quello delle Certification Authorities, che permettano di avere le garanzie che servono e che le CA al momento non danno.</p>
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		<title>Quanto chiediamo all&#8217;utente&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 10:09:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blogadmin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prendo spunto da questo articolo di Brian Krebs (un po&#8217; vecchiotto, ben un mese fa ) che riporta un purtroppo ragionevolissimo avviso dell&#8217;FBI che consiglia di non effettuare aggiornamenti software quando si è connessi a reti pubbliche, ad esempio Wi-Fi &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=828">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Prendo spunto da <a href="http://krebsonsecurity.com/2012/05/fbi-updates-over-public-net-access-bad-idea/">questo articolo di Brian Krebs</a> (un po&#8217; vecchiotto, ben un mese fa <img src='http://www.telmon.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' />  ) che riporta un purtroppo ragionevolissimo avviso dell&#8217;FBI che consiglia di non effettuare aggiornamenti software quando si è connessi a reti pubbliche, ad esempio Wi-Fi di alberghi, perché ci sono stati casi di pop-up credibili ma fasulli che sembravano voler far installare aggiornamenti mentre invece installavano malware. L&#8217;articolo ne approfitta per dare alcuni ottimi consigli. Non ho guardato i dettagli, ma diciamo che rispetto al ben noto problema dei popup che offrono l&#8217;installazione di antivirus, così comuni anche quando si usa una normale connessione domestica, con l&#8217;uso di reti wi-fi pubbliche per l&#8217;attaccante locale diventa più facile vedere, se non manipolare, le nostre connessioni.</p>
<p>La mia riflessione però è un&#8217;altra: con tutta la nostra &#8220;scienza&#8221;, ancora non siamo stati in grado di fare sì che un meccanismo come l&#8217;aggiornamento sfugga a trucchi di così basso livello, scaricando come al solito il problema sulle spalle dell&#8217;utente? Utente che trattiamo regolarmente da incapace, ma al quale chiediamo altrettanto regolarmente di fare valutazioni e prendere decisioni che, diciamolo chiaramente, spesso neppure noi sapremmo prendere davvero con sicurezza. Certo, se mi si presenta un popup di un antivirus sconosciuto so come comportarmi, ma esaminando il traffico in rete locale è possibile ad esempio vedere il traffico del mio antivirus quando verifica gli aggiornamenti, e quindi presentare un popup che imita fedelmente quello del mio antivirus: quanti riuscirebbero veramente a non caderci?</p>
<p>Ma andiamo oltre: è ormai acquisito, spero, che l&#8217;aggiornamento non solo del sistema operativo, ma anche degli altri programmi è fondamentale, e quindi dovrebbe essere un&#8217;operazione la cui gestione viene facilitata all&#8217;utente. Eppure, soprattutto su Windows, ogni programma si aggiorna per i fatti suoi, ognuno con configurazioni, modi, tempi e popup diversi&#8230; e in alcuni casi, sembra, con meccanismi poco sicuri. E sappiamo anche  tutti che molti utenti, paradossalmente soprattutto i più malfidati, di fronte a tutti questi popup &#8220;per prudenza&#8221; o per fastidio li chiudono e basta. Certo, su Linux ad esempio l&#8217;aggiornamento della distribuzione copre molto più di quello che copre l&#8217;aggiornamento di Windows/Office, ma anche qui se io installo un programma che non è nella distribuzione mi devo arrangiare.</p>
<p>Non sarebbe allora utile un servizio del sistema operativo al quale un programma si possa registrare, e che si occupi lui di cercare dove opportuno gli aggiornamenti e di installarli in modo sicuro, naturalmente con i soli privilegi disponibili al momento dell&#8217;installazione? In questo modo, persino un programma installato dall&#8217;utente avrebbe un meccanismo di aggiornamento uniforme e gestito, ma che utilizzi i soli privilegi dell&#8217;utente stesso.</p>
<p>E ancora, perché le notifiche/popup di sistema sono così facilmente confondibili con quelle che può generare un qualsiasi programma? Non sarebbe importante chele notifiche di sistema e dei pochi programmi specificamente autorizzati fossero ben riconoscibili, ad esempio comparendo in un&#8217;area in cui non possono comparire messaggi anche legittimi ma di altri componenti, in modo che sia possibile per l&#8217;utente capire quali sono i veri popup di aggiornamento e dell&#8217;antivirus?</p>
<p>Sono solo idee buttate lì leggendo l&#8217;articolo, se vogliamo provocazioni, ma il problema è che questo genere di attenzione non c&#8217;è: è molto più semplice lasciare l&#8217;utente a decidere, magari quando è in trasferta per una decina di giorni, se sia più rischioso aggiornare il proprio computer in albergo o non aggiornarlo e lasciarlo esposto a qualche vulnerabilità o virus del momento.</p>
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		<title>Le API non sono coperte da copyright</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 10:08:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A prescindere dalla discussione fra Google e Oracle, che è un problema loro, sono contento che non sia passata l&#8217;idea, pericolosissima, che negli USA le API possano essere coperte da copyright.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>A prescindere dalla discussione fra Google e Oracle, che è un problema loro, sono contento che<a href="http://punto-informatico.it/3530863/PI/News/oracle-vs-google-api-non-hanno-copyright.aspx"> non sia passata</a> l&#8217;idea, pericolosissima, che negli USA le API possano essere coperte da copyright.</p>
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		<title>Trust bubble</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jun 2012 14:35:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Video (min. 6:00) &#8220;In year 2007 we had a fiscal credit bubble in the USA that rode on credit derivatives: an instrument widely used, but little understood and even less analyzed. This was, and is, a recipe for disaster. This &#8230; <a href="http://www.telmon.org/?p=821">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.synaptic-labs.com/resources/streaming-videos/ict-gozo-malta-cyber-awareness-seminar-2011.html#three">Video</a></p>
<p>(min. 6:00) &#8220;In year 2007 we had a fiscal credit bubble in the USA that rode on credit derivatives: an instrument widely used, but little understood and even less analyzed. This was, and is, a recipe for disaster. This piloted credit debt eventually imploded, leading to today&#8217;s long lasting recession. Today we have a trust bubble, riding on trust in electronic certificate&#8217;s digital signatures, cryptography and protocols. They constitute the foundations of modern information security. These functions are responsible for enrolling users and systems as trusted.&#8221; Il resto ve lo lascio immaginare, ma il video è comunque interessante. Non che dica cose che non siano state ripetute fino alla nausea, ma è interessante sentirle dire da qualcuno che non è il solito &#8220;geek&#8221;. Ma la parte che ho citato è un ottimo modo per descrivere la nostra attuale dipendenza dalle infrastrutture di certificazione, che recentemente hanno mostrato i limiti della propria affidabilità. Alcune delle &#8220;soluzioni&#8221; che ho sentito proporre recentemente le sento nominare da quindici anni, ma nel frattempo mi sono convinto della loro inefficacia. Il problema di fondo è che le terze parti &#8220;fidate&#8221; non solo sono scelte da tutti tranne che da chi si deve fidare, ma sono poco stimolate a comportarsi correttamente. Con l&#8217;attuale uso dei certificati, ad esempio per i server Web, la scelta del certificatore è fatta da chi si deve autenticare, il che non ha senso: è chi deve autenticare a dover scegliere di chi fidarsi, altrimenti si arriva necessariamente allo stato attuale. Ma lo speech mette anche in evidenza con quanta facilità dei dati che sarebbero riservati diventano accessibili &#8220;per motivi tecnici&#8221; a decine o centinaia di persone. Sono tutte cose su cui c&#8217;è molto da ragionare per trovare alternative che tengano realmente conto delle esigenze di tutti. Alla base delle CA c&#8217;è un modello fallato, che ipotizza che in qualche modo miracoloso le parti trovino un accordo basato sulla fiducia sulla terza parte fidata&#8230; l&#8217;accordo, se così si può chiamare, è fra altri soggetti e basato su criteri economici e non sulla fiducia.</p>
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